Segretaria metropolitana
Partito Democratico di Milano

Dov'è finita l'umanità?

Il giorno dopo la liberazione di Silvia Romano sono rimasta scioccata e seriamente sconvolta, partecipando ad una trasmissione locale, dall'odio e dalla cattiveria insensati che in molti hanno iniziato a riversare addosso a quella ragazza. 

Nei giorni a seguire è andata sempre peggio: dalla gogna sui social sono passati ai lanci di bottiglia contro la finestra della sua casa, e nel mezzo c'è stato perfino un parlamentare della nostra Repubblica, uno che dovrebbe (uso volutamente il condizionale) rappresentare gli italiani, che è arrivato perfino a definire Silvia Romano una "neo-terrorista". 

Ci è voluto davvero poco, è bastata qualche ora dal suo rientro in Italia, che venisse attivata l'odiosa macchina del fango con minacce di morte proprio a chi aveva appena sconfitto il rischio di non poter tornare alla vita. Dopo 18 mesi di prigionia, proprio mentre assaporava la libertà ritrovata, è tornata ostaggio del tribunale di moderni inquisitori che hanno iniziato a processarla perché non indossava abiti occidentali. Hanno iniziato a odiarla perché, scendendo dall'aereo, era sorridente. E adesso la minacciano perché è diventata musulmana. 

Oggi Silvia Romano (col suo velo) è diventata, suo malgrado, il simbolo di uno scontro di civiltà. Questo non è giusto, e seppure ciascuno di noi nel nostro intimo coltivi la curiosità di conoscere le ragioni di questa ragazza, di capire come sia avvenuta la sua conversione, tutti noi avremmo dovuto fermarci. Fermarci, per esempio, di fronte a quell'abbraccio commovente fra mamma e figlia. Un'immagine iconica, emozionante e potente. Un'immagine stracolma di amore, che mi ha fatto scoppiare il cuore di gioia.

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L'Italia chiamò

Oggi pensavo a come, spesso, ci vedono all'estero. Quando ci va bene, e non siamo quelli "mafia, pizza e mandolino", siamo gli indisciplinati allergici alle regole. Ma oggi, invece, io credo stiamo dando una grande prova di maturità e responsabilità a tutti. 

Non è facile cambiare abitudini, modificare il proprio stile di vita. Eppure siamo gli unici a farlo in Europa, e pensare che oltre oceano il presidente statunitense, Donald Trump, da negazionista dei cambiamenti climatici si è trasformato in negazionista del coronavirus.

Eppure ce la facciamo, dimostrando due cose: resilienza e grande cuore. Lo si dice spesso, è vero, abbiamo superato tanti momenti difficili, dalla guerra agli anni terribili del terrorismo, e io sono certa che tireremo fuori la forza per fare altrettanto, anche stavolta. 

È sorprendente, e al tempo stesso doloroso, vedere la nostra Milano così diversa, silenziosa, malinconica, quasi surreale. 

Dietro piazza Duomo deserta e le tante strade dei Comuni di Milano Metropolitana, ci sono persone che silenziosamente stanno facendo il loro dovere, che stanno rispettando le regole. Certo non ci siamo dimenticati quegli italiani un po' troppo "indisciplinati" che si sono riversati al Meridione o quelli che un sabato pomeriggio in piena emergenza hanno affollato i Naviglia a Milano. Ma oggi è come se tutti fossimo più consapevoli e meno frastornati su quanto dobbiamo fare e delle scelte a cui siamo chiamati. 

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Milano non si ferma!

Lunedì riapre il Duomo, un piccolo segnale di normalità. Ma quelli che ci lasciamo alle spalle sono stati giorni quasi surreali. L'emergenza sanitaria del coronavirus, che ha visto in prima linea  giorno e notte medici, infermieri, tecnici, ricercatori, ma anche tanti sindaci (che non ringrazieremo mai abbastanza!), lavorare per tutelare la nostra salute, ha reso il volto di Milano quasi irriconoscibile. 

Metropolitane desolate, bar e locali deserti, supermercati - come di consueto ben riforniti - presi d'assalto (ricordiamo tutti le foto dello scorso week-end con gli scaffali vuoti). Cinema e teatri chiusi, così come scuole e Università. Sparito il turismo d'affari, le agenzie di viaggio hanno registrato migliaia di cancellazioni. Inevitabilmente l'economia ha subito un brusco rallentamento, mentre il panico dilagava. 

Autorità e istituzioni ci hanno dato regole e istruzioni per ridurre i rischi del contagio. Ci hanno chiesto di evitare gli assembramenti, di rimanere più isolati. E questo ha avuto degli effetti, alcuni prevedibili oltre che necessari, altri un po' meno, che hanno portato a far prevalere in noi psicosi e allarmismo, a volte in misura ingiustificata sulla scia di veri e propri bollettini di guerra diramati dalle nostre tv. 

Ma abbiamo raccolto anche tanti messaggi positivi: quello del nostro Sindaco Beppe Sala che, solo lunedì, ci spronava a pensare alle persone più fragili, agli anziani, piuttosto che a svaligiare i supermercati. O come quello arrivato dal Comitato promotore della Civil week, per ricordarci l'importanza di una telefonata a chi è solo e vive questo periodo ancora più isolato. 

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Quanto pesano le parole d'odio?

“Sono stato per tutta la vita un cicciabomba, un panzone, una palla di lardo. Sul mio peso scherzo, lo esorcizzo, mi ci misuro ogni giorno, ma quando sei ragazzo o magari una ragazza..." Per la prima volta Filippo Sensi ha portato nell’aula di Montecitorio il tema del "fat shaming” e “body shaming” mentre si discuteva di una proposta di legge contro bullismo e cyberbullismo.

Lo ha fatto parlando di sé, raccontando quando da piccolo un suo coetaneo gli disse: Sensi mi fai senso. Ma Filippo Sensi, quel giorno in aula, non ha parlato solo di se stesso ma ha parlato di tutti noi. Ha parlato di chi - almeno una volta nella vita - si è sentito giudicato per il suo corpo “imperfetto”. Di chi ha pianto per il suo malessere, di chi è arrivato a fare pensieri rispetto alla volontà di liberarsi di quel corpo "così scomodo".

Il suo discorso ha toccato corde profonde, che rimandano a mille altre storie, anche recentissime. Al centro c’è sempre lo stesso male, la violenza veicolata con le parole, l’odio che sta avvelenando la nostra società. È l’odio per chi ha la pelle nera, per l’ebreo, per le donne e l’omosessuale, per chi ha un’opinione diversa. E il risultato è sempre lo stesso: persone prese di mira con un’inaccettabile violenza – verbale o virtuale – quando non sfocia perfino in quella fisica.

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Memoria per fare luce

"Stiamo scendendo nell'abisso senza sapere dove arriveremo, fino a quando cammineremo nel buio". Inizia così l'incipit dell'editoriale di Ezio Mauro questa mattina (sabato) su La Repubblica. Si riferisce a quanto accaduto a Mondovì.

Una stella di David e la scritta "Juden hier", qui abita un ebreo, hanno sporcato la porta di casa di Lidia Beccaria Rolfi, staffetta partigiana, deportata a Ravensbruck. I vigliacchi, hanno agito a pochi giorni dal Giorno della Memoria, per imbrattare e cancellare. Vorrebbero riscrivere la storia. Ma noi non glielo permetteremo, ci troveranno sempre dall'altra parte, a combatterli. Ostinati e determinati. 

Perché da una parte c'è il nero, quello di chi agisce nell'anonimato e di notte. Il nero delle scritte sui muri, delle tenebre e del male. Il nero degli inferi, dove è scesa l'umanità con l'Olocausto e con lo sterminio di milioni di persone innocenti. 

Dall'altra parte, invece, c'è la luce che rischiara il bene, che illumina i nomi delle vittime e le storie dei Giusti. La luce che si accende per fare memoria, che ci dà forza per guardare indietro e costruire un futuro che non assomigli al passato. 

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Silvia Roggiani

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