Segretaria metropolitana
Partito Democratico di Milano

Ramy come Mahmood

Nuova Zelanda, Christchurch per la precisione, e San Donato Milanese. Cosa hanno in comune due luoghi così lontani?Fino a mercoledì 20 marzo nulla, o ben poco. Da qualche giorno: la paura e il terrore. 

Se l’epilogo è stato – fortunatamente - diverso, dietro entrambi questi due episodi c’è un movente ideologico e una parola comune, terrorismo. Leggerla e pronunciarla ci fa male e ci fa paura, perché siamo costretti a ricorrervi per la prima volta, dopo tanto tempo, per qualcosa che accade nel nostro Paese. Pensavamo di aver archiviato gli anni bui del terrorismo, anche se di matrice diversa, e in qualche modo in Italia ci sentivamo perfino immuni, proprio mentre oggi ricordiamo il terzo anniversario dei terribili attentati di Bruxelles. 

Di fronte a queste tragedie, o meglio sfiorate tragedie, la prima cosa che si impone è la condanna netta, senza se e senza ma. A freddo, poi, vanno cercate le soluzioni per garantire maggiore sicurezza. Chiedersi, ad esempio, perché un uomo con precedenti penali, tra cui abusi su minori, aveva la responsabilità di guidare un bus per bambini? 

La magistratura dovrà indagare e assicurare il responsabile della tentata strage alla giustizia, mentre la politica ha la responsabilità di evitare tifoserie e fare a meno delle strumentalizzazioni. Ridurre il tutto ad uno scontro fra fazioni ideologiche ci rende incapaci di cogliere sfumature, ma soprattutto ci espone al rischio di fare propaganda e demagogia. 

Ma c’è dell’altro. In mezzo a una tragedia che poteva diventare una vera e propria strage, tutti noi abbiamo visto anche la bellezza del coraggio. Il coraggio dei carabinieri che quella strage l’hanno impedita, con un intervento tempestivo e provvidenziale. E il coraggio di tre bambini, che si sono ingegnati - chi per liberarsi dalle fascette chi per chiamare -, che scrive il lieto fine a una storia che di lieto ha davvero ben poco. 

Nel giro di qualche ora questa piccola storia nella storia diventa protagonista, ma soprattutto diventa protagonista Ramy, il bambino di 13 anni che parla col carabiniere e salva tutti. Salta l’ideologia per cui gli immigrati sono tutti brutti e cattivi. E il paradosso vuole, addirittura, che mentre lui italiano non è, Ousseynou Sy (l’attentatore del bus) sì, e dal 2004.

Senza avere la pretesa di fare morali, ma sono convinta che stare su questo terreno, usare le origini e le identità delle persone come bandierine ideologiche non fa vincere battaglie politiche. Al contrario, si finisce solo per perderle.

Adesso per lui, tutti, stanno invocando la cittadinanza italiana.

“Se mi daranno davvero la cittadinanza italiana sarò felice. Per essere schietti, è il mio sogno. Allora dovrebbero darla anche a mio fratello e ai miei compagni di classe di origini straniere che vivono in Italia da tanto tempo e magari sono pure nati qui”.

Ramy, 13 anni, ha dato la risposta migliore: la cittadinanza non può essere un privilegio o un favore, deve essere un diritto.

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Silvia Roggiani

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